DON CHISCIOTTE, CAGLIARI TEATRO MASSIMO

DON CHISCIOTTE, CAGLIARI TEATRO MASSIMO

Dal 3 al 7 aprile Alessio Boni in scena al Teatro Massimo con ‘Don Chisciotte’, adattamento da Cervantes di Niccolini con la partecipazione di Serra Ylmaz.

Confrontarsi con grandi caratteri partoriti da intelletti geniali, per non dire sopraffini non è mai impresa di poco conto. Quando il carattere, come nel caso di Don Chisciotte, è un archetipo della letteratura mondiale a ben ragione può parlarsi di eroica impresa. Non è dato sapere se Alessio Boni abbia avuto delle titubanze nell’approcciarsi all’opera di Cervantes ma lo studio e l’umiltà che lo contraddistinguono nei suoi lavori, complice l’adattamento di Francesco Niccolini, gli hanno permesso di creare una pièce attuale pur conservando quella patina tradizionale indispensabile quando si plasmano a nuova vita opere complicate e intaccabili per statuto. Alessio Boni si dimostra ancora una volta all’altezza del suo buon nome. Del resto la paura compete poco a chi già portò sul palco i sonetti del Buonarroti

Don Chisciotte: la coppia Boni- Ylmaz

La regia, oltre allo stesso Boni, reca la firma di Roberto Aldorasi e Marcello Prayer. Nelle vesti di Sancho Panza Serra Ylmaz, per la prima volta sul palco insieme a Boni. La nota di colore della Ylmaz riscalda genuinamente la platea, forse anche per l’inflessione quasi iberica nell’accento che dona un tocco di realismo al tutto. È un Sancho davvero tutto “Panza”: cibo, vino e venalità, diretto contraltare dei sublimi ideali in cui si agita convulsamente Don Chisciotte. Eppure ne viene irretito, spinto alla nobile scuderia cavalleresca da un genuino affetto proprio degli umili. Il binomio Boni-Ylmaz si dimostra efficacissimo nel rendere teatralmente tangibile quel sentimento nato all’insegna della comicità ma poi degenerato in un affiatamento filiale che investe gli spettatori nel profondo. 

Don Chisciotte: il coraggio dell’esistenza

L’alienazione di Don Chisciotte ha un surplus nella versione di Boni. La follia diviene affermazione energica di puri valori, anche fuori moda, come può essere la cavalleria errante nella prima metà del XVII secolo. La virtù prima è il coraggio ma non quello nella pugna coi Saraceni invasori, bensì mordere costantemente i sogni di giovinezza, perseguendoli nell’età adulta oltre il biasimo comune. Solo così la burla del secondo atto si rivela fatale per l’hidalgo della Mancha. Tuttavia non al punto di rinnegare, perfino sul letto di morte, i nomi di Ariosto e Tasso che pure lo hanno condotto verso la devianza più estrema. Don Chisciotte si ritira, dalla scena e dal mondo, stringendo al petto il libro con le proprie rocambolesche avventure, confermando il valore di un’esistenza in barba a ideali solo supposti tali.

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Fabrizio Contini

Ho conseguito la maturità classica A.D 2008 e successivamente la laurea in Lettere moderne ord. 270/2004 A.D. 2018 con il massimo della votazione. Dantista per vocazione, letterato per amore, critico cinematografico e teatrale in rodaggio. Tra corsi di scrittura e scuole di formazione cerco di fare delle mie passioni il mio lavoro. Ai posteri l'ardua sentenza.

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