TEATRO LIRICO: ‘LO SCHIAVO’ DEBUTTA IN PRIMA ITALIANA

TEATRO LIRICO: 'LO SCHIAVO' DEBUTTA IN PRIMA ITALIANA

Il Teatro Lirico inaugura la stagione lirica e di balletto 2019. Al via con con 'Lo schiavo'. Previste otto repliche per il primo allestimento italiano del dramma.

Lo schiavo: una prima audace

Coraggiosa la scelta di aprire la stagione lirica e di balletto 2019 con Lo schiavo di Antôn Carlos Gomes. Tra i titoli previsti in calendario quello di Gomes è sicuramente il meno conosciuto. Si tratta di un dramma impegnativo, in quattro atti. Tema fondamentale: la libertà, declinata in tutte le sue forme. La libertà di essere uomo, di amare ma anche rendere la libertà di amare a scapito del proprio ego. Nel Brasile dei conquistadores si agitano le passioni di Americo e Ilàra (Massimiliano Pisapia, tenore e Svetla Vassileva, soprano) ma soprattutto quelle di Iberé (Andrea Borghini, baritono), i cui destini si intrecciano forzatamente a causa delle pressanti convenzioni sociali. In questo dramma di oppressori e oppressi quindi la libertà non è soltanto il fulcro della rappresentazione ma è anche il sentimento alla base di tutte le azioni che muovono i personaggi. Libertà di sentimenti e libertà morale ma anche l’illusoria affrancazione di un popolo ridotto in schiavitù dalla affettata magnanimità di un potere ipocrita. Benché il regista Davide Garattini Raimondi non abbia sentito l’esigenza di trasferire l’azione “in un campo di concentramento o in una favela dei nostri giorni”, ben si respira in questo dramma del 1887 la contemporaneità dell’Italia odierna.   

Lo schiavo: libertè e Iberè

La regia è potente ma non invasiva, a totale uso e consumo dell’azione. Sposa e concede ampio respiro alla dialettica tra schiavi e padroni. Nei primi due atti e nel successivo quarto le liane rampicanti poste in primo piano contrastano con la piantagione da cui escono i nativi. In prospettica quindi la precedenza concessa a un simbolo della loro dimensione specifica, da cui sono stati tratti a forza di false promesse. Le liane scompaiono nel secondo atto, sostituite dagli eleganti viali del giardino della Contessa di Boissy (Elisa Balbo, soprano, cui il pubblico riserverà una straordinaria ovazione in quella che risulta essere la performance migliore di tutta la pièce). Le imponenti finestre a losanghe, da cui comunque si intravvede la piantagione di granturco, sovrastano sugli indigeni appena affrancati dalla dama francese ma con un occhio già rivolto all’acqua di rose nel catino. La naturale dimora degli oppressori mal si addice a coloro che la schiavitù ha inevitabilmente corrotto. Libertà, grandezza d’animo sono i sentimenti che spirano dal palco del Lirico in questa prima. Se è vero che i sentimenti più nobili viaggiano incorruttibili nel tempo, Lo schiavo ci ricorda davvero che camminiamo per seguire virtù e conoscenza. In una nazione quotidianamente squassata da violenze criminali, femminicidi, omotransfobia, oppressione verbale dettata dall’ignoranza e dalla paura, l’aria finale di Iberé risuona come un inno, potente e forte, a non rinunciare a ciò che è nostro per diritto naturale. Mentre la scenografia cade e la luce si infrange in fasci psichedelici degni di un concerto di Jim Morrison, assistiamo schiantati e colpiti alla morte di questo Catone Uticense dal capo piumato. Poco importa se è una morte libera o nella morte trova l’affrancamento definitivo. É libero. Coraggiosamente si è definito tale. Tanto basta. 

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Fabrizio Contini

Ho conseguito la maturità classica A.D 2008 e successivamente la laurea in Lettere moderne ord. 270/2004 A.D. 2018 con il massimo della votazione. Dantista per vocazione, letterato per amore, critico cinematografico e teatrale in rodaggio. Tra corsi di scrittura e scuole di formazione cerco di fare delle mie passioni il mio lavoro. Ai posteri l'ardua sentenza.

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